Fahrenheit Palladium/NGSCB - La biblioclastia nell’epoca del libro digitale.
February 14th, 2006Il 27 ottobre 1553, lo spagnolo Miguel Serveto, scienziato, medico, teologo antitrinitario, moriva sul rogo a Champel, in Svizzera. Aveva commesso due grandi errori: il primo era stato quello di scrivere la Christianismi restitutio, libro che lo fece condannare e incarcerare dalla Chiesa cattolica come eretico; il secondo, di averne inviato una copia a Calvino, nella convinzione che fosse dalla sua parte. Il riformatore svizzero, in seguito alla lettura del testo, cominciò a nutrire nei confronti dello spagnolo un’avversione che si trasformò in seguito in odio viscerale. Evaso dalle carceri della Chiesa, Serveto riparò proprio in Svizzera, sperando nell’appoggio degli anticalvinisti. Questi ebbero la peggio, e Calvino ne approfittò per saldargli il conto. Pretese che il rogo fosse alimentato dal suo libro e da fuoco di legna verde, in modo che il povero spagnolo, più che bruciare, “rosolasse” lentamente, come un brasato. Ci vollero due ore perché le fiamme facessero il loro dovere. Del Christianismi restitutio rimasero, a quanto sembra, due sole copie che ne fanno uno dei libri più preziosi del Rinascimento.
La storia ha poi reso giustizia al grande medico e teologo spagnolo, e anche i suoi avversari hanno cercato di rimediare: nel 1900 (cioè circa quattro secoli dopo), i protestanti svizzeri hanno eretto un monumento a Serveto proprio a Champel, chiedendo scusa per il grave atto di intolleranza. Più o meno lo stesso tempismo della Chiesa Cattolica nei confronti di Giordano Bruno… Ma non è di Serveto che voglio parlare, e nemmeno vi saprei dire dove trovare una copia sconosciuta del Christianismi restitutio: del resto, se lo sapessi, non lo direi certo a voi… È questa storia dei libri bruciati che mi interessa. Non è un fatto isolato nella storia dell’uomo. Si dice che quando i Medici conquistarono Arezzo, la prima cosa che fecero fu di bruciare tutte le copie degli antichi Statuti Comunali. Ritengo sia inutile ricordare qui i famosi roghi dei libri voluti dai nazisti. L’intolleranza, il fanatismo, l’integralismo religioso, così come varie forme di estremismo ideologico si sono spesso tradotte in volontà distruttiva nei confronti dei libri.
Questa volontà si chiama biblioclastia, e biblioclasta è detto l’individuo, ma anche l’istituzione, che persegue lo scopo di distruggere i libri. Ma perché l’uomo distrugge i libri? Secondo Umberto Eco esistono tre tipi di biblioclastia: la biblioclastia fondamentalista, quella per incuria e quella per interesse. Partendo dal fondo, la biblioclastia per interesse è quella praticata ancora oggi da molti commercianti che distruggono i libri per venderne separatamente le parti in modo da trarne maggior guadagno. Certi libri di emblemi, certi testi di botanica (il Mattioli…), varie raccolte di incisioni e vedute (Piranesi!), giunti nelle mani di rivenditori senza scrupoli, fanno regolarmente questa fine. Perfino i capolettera finiscono acquerellati, imbracati in passe-partout, intrappolati in cornici di improbabile antichità, per andare a fare bella figura (quanta ne può fare una volpe imbalsamata) inchiodati al muro del salotto buono. La biblioclastia per incuria, sempre secondo Eco (ambasciator non porta pena…), è quella propria di molte biblioteche italiane, povere e poco assistite, che si trasformano in luogo di distruzione del libro: perché un modo per distruggerlo è anche quello di lasciarlo ammuffire seppellendolo in luoghi remoti e inaccessibili al pubblico. Quello di trasformare una biblioteca in un Bibliotafio, cioè un “sepolcro” di libri, è un atteggiamento che appartiene anche al bibliomane ossessivo, che non distruggerebbe certo i suoi volumi per nessun motivo al mondo, ma che non ama che siano conosciuti e consultati anche da altri. In fin dei conti Eco non ha torto: togliere ad un libro l’opportunità di diffondere il suo contenuto, è in qualche modo tradirne la natura, “distruggerlo”, anche se in senso figurato. Nella biblioclastia ispirata a motivi ideologici, la bibliotafia, se pure non è distruzione in senso stretto, può precedere la distruzione vera e propria. Ad un certo momento, se proprio non si riesce a tenere lontano il pubblico da un testo, tanto vale distruggerlo: proprio Eco ci descrive il fenomeno, in forma romanzata, nel suo libro più famoso, Il nome della rosa.
Qui però ci interessa soprattutto la prima, e principale, forma di biblioclastia, quella fondamentalista. I casi individuali di isolati distruttori fanatici sono rari, e riguardano più la psichiatria che la storia del libro. Si tratta di forme di delirio. Più comuni sono invece i fenomeni legati a diffuse convinzioni politiche, religiose, culturali. Si censura, si mette all’indice, si scomunica, si isola, si distrugge. In un famoso romanzo di fantascienza, Fahrenheit 451 (la temperatura alla quale la carta brucia completamente), Ray Bradbury descrive un mondo nel quale il potere impone la distruzione dei libri. Anche nella realtà un caso comune è questo: un sistema di potere si impegna nella distruzione di libri. Se può, la impone addirittura. Perché?
Siamo infelici e miserabili per molti motivi, in particolare perché ricordiamo… Credo che, tra le altre cose, l’esistenza risulti dolorosa per questo motivo, perché non c’è rimedio alla colpa, e perché nel corpo e nella mente il passato rappresenta un peso… La scrittura… è ricordo, presenza di ciò che non è presente. Non potendo aspirare ad un mondo senza memoria, non resta che la ruvida opzione di bruciare le parole, liberare il mondo dai libri facendoli ardere come la materia dalla quale provengono. Questa distruzione ha accompagnato la scrittura fin dall’inizio: l’uomo che crea è lo stesso che distrugge. (Rafael Toriz)
Per il biblioclasta per interesse la distruzione del libro è legata al valore commerciale dell’oggetto, e lo scempio è motivato dal tentativo di aumentarne il valore stesso. Pure per un distruttore isolato, maniacale, ci può essere la soddisfazione di fare a pezzi qualcosa “che vale”: più o meno come il piacere di accendere una sigaretta con una banconota. Non è un fatto culturale, il sapere non c’entra, non ha a che fare col movente. Si aggredisce l’oggetto di consumo. Ma quando la biblioclastia è spinta da un’idea, da un estremismo, promossa da una istituzione o da un organo di potere, allora non si aggredisce il libro come “oggetto”, lo si distrugge come supporto della scrittura, cioè della memoria dell’umanità. Lo si odia perché portatore di cultura e strumento di trasmissione del pensiero e, in particolare, di “quella”cultura, di “quel” pensiero. E una distruzione mirata presuppone una conoscenza tutt’altro che superficiale della cultura nemica. Se nell’immaginario comune il biblioclasta è uno di quei popolani che, in passato, compravano a peso dagli stampatori grandi volumi invenduti e li distruggevano per incartarci le acciughe al mercato, la realtà è molto diversa. Paracelso bruciò pubblicamente i libri di Avicenna…
È un errore frequente attribuire la distruzione dei libri a persone ignoranti, inconsapevoli del loro odio. Quanto più colto è un popolo o un uomo, tanto più è disposto a distruggere libri sotto la pressione di miti apocalittici. Sono molti gli esempi di filosofi, eruditi, scrittori, che hanno rivendicato la biblioclastia.
Descartes chiese ai lettori di bruciare i vecchi libri. Nabokov bruciò il Quijote nel Memorial Hall, di fronte a più di 600 allievi. Nella storia della distruzione del libro un 60 per cento sparisce tramite distruzione volontaria ". (Fernando Baez)
F. Baez, venezuelano, è uno che di biblioclastia se ne intende. Esperto in storia delle biblioteche, fa parte della commissione UNESCO che indaga sulla distruzione del patrimonio culturale dell’Irak, ed in particolare sul saccheggio e devastazione della biblioteca di Bagdad, che ha visto la scomparsa e la distruzione di molti tra i più preziosi codici della storia dell’umanità. Contemporaneamente scomparivano o finivano distrutti moltissimi reperti di valore immenso, memorie delle grandi civiltà fiorite in Mesopotamia. Secondo Baez, la biblioclastia e la distruzione dei monumenti del passato sono frutto della stessa volontà di cancellare la storia di un popolo o di un’idea. I suoi studi sulla biblioclastia sono raccolti in un libro, che non ci risulta tradotto in italiano (Báez, Fernando; Historia universal de la destrucción de los libros: de las tablillas sumerias a la querra de Irak, Destino, Barcelona, 2004, pp. 416.)
La mia tesi è che a distruggere i libri sono coloro che ne riconoscono l’importanza. I biblioclasti sanno che senza la distruzione dei libri e dei documenti, la guerra è incompleta, perché non è sufficiente la morte fisica dell’avversario. Si deve anche demoralizzarlo. Senza distruggere i libri non si completa la vittoria in una guerra. Una tattica usuale consiste nel sopprimere i principali elementi di identità culturale…
Dunque, sempre secondo Baez, è questo il punto essenziale. L’aggressione è rivolta al testo scritto, e all’informazione che ogni testo consegna ai lettori. La biblioclastia fondamentalista mira alla distruzione “fisica” della testimonianza, della memoria dell’uomo.
Se si ammette che la biblioclastia fondamentalista è alimentata dalla volontà di distruggere l’informazione, e non il supporto della stessa, occorre riordare che fino ad oggi lo strumento di distruzione per eccellenza, il simbolo della ossessione distruttiva, è stato il fuoco. La fiamma che distrugge e purifica non lascia scampo al libro. La carta e la pergamena hanno molti nemici, ma i danni provocati da acqua e fango sono rimediabili e aggressori biologici come ratti, tarli e muffe (quelli che operano nella biblioclastia per incuria) in genere producono solo danni parziali, lasciano frammenti che non giovano all’oblio. Il fuoco dissolve completamente, cancella la testimonianza scritta, condanna il pensiero alla fallace precarietà della trasmissione verbale.
L’assedio alla scrittura posto da certe forme di potere continua ancora oggi. Nell’epoca della comunicazione multimediale, dell’accavallarsi e sovrapporsi di dati affidati soprattutto ad ritorno della informazione distribuita verbalmente e per immagini, per molti potenti non c’è nulla di più fastidioso della scrittura, che fissa definitivamente idee, concetti, testimonianze di fatti antichi ma anche recentissimi. Ad esempio, poche cose sono così seccanti per un politico quanto sentirsi ricordare, riportato nero su bianco, quello che aveva dichiarato solo pochi mesi prima… E’ qualcosa che può inchiodare alla colpa, dimostrare l’incoerenza, testimoniare il misfatto, minacciare il potere costituito. Ma il biblioclasta contemporaneo si trova di fronte ad un problema. Col trionfo della scrittura elettronica, della comunicazione globale, della digitalizzazione del testo, la scrittura spesso risiede in un non-luogo inaccessibile alle fiamme, noto come internet. Inutile incendiare pc, monitor e tastiere. Non è lì che si trova materialmente la fonte scritta. Anzi, pur essendo leggibile da chiunque e in qualsiasi luogo, materialmente sembra trovarsi dovunque e da nessuna parte.
Per il biblioclasta fondamentalista il problema è grosso, ma, a quanto pare, è stato risolto, e proprio grazie alla stessa tecnologia che ha favorito la comunicazione di massa in rete. Quello che esiste solo virtualmente, lo si distrugge pure virtualmente. C’è voluto poco perché in molti dimenticassero i bei discorsi sulle qualità della comunicazione in rete, sui valori etici della nuova vicinanza tra popoli diversi, dello scambio culturale totale: è bastato che in qualche modo sentissero minacciati i loro interessi. I miti apocalittici ai quali fa riferimento Baez sono ripresentati di nuovo per giustificare l’avvento della nuova biblioclastia di sistema. Per quanto siano rivestiti con i panni di antiche paure -corruzione delle coscienze, minaccia all’ordine costituito, eversione, ipotesi di reato in essere e a venire, terrorismo informatico e no- in realtà tali miti hanno il solo scopo di giustificare la solita reazione del potere economico e politico di fronte a qualcosa che avvertono come una minaccia: la diffusione non controllata, non pianificata dal sistema, delle informazioni.
Il primo passo è stato quello dell’introduzione di una gigantesca forma di Bibliotafia virtuale. Un classico"primo passo", lo stesso del Nome della Rosa. Quei bravi ragazzi di Google non se la sono sentita di rinunciare ai soldi del governo cinese (ma si sa, quelli di Google hanno un grande sogno…) ed hanno accettato di adattare il loro motore di ricerca alle esigenze politiche di chi comanda da quelle parti. Ecco allora che nel google cinese non esiste la possibilità di ricercare parole come Tibet, Taiwan, Piazza Tienanmen e simili. La rivolta studentesca? mai stata. Il Tibet? Un modo di dire, un mito. Certo, un ostacolo superabile se si ha un minimo di abilità nell’uso del pc e si conosce qualche lingua straniera. Ma a quel punto si devono fare i conti col controllo che lo stato cinese esercita sui provider locali i quali sono tenuti a segnalare CHI fa ricerche di questo tipo.
L’informazione è così sepolta, allontanata, resa quasi inaccessibile: bibliotafia virtuale. Certo, si dirà, ma questo succede in un paese notoriamente illiberale come la Cina. Come no! Andate a vedere questo indirizzo http://www.calciolibero.com . Invece delle immagini dei soliti favori arbitrali alla Juve fino a due giorni fa ci trovavate lo stemma della guardia di Finanza. Il sito era sottoposto a “sequestro preventivo”. La colpa? Gli sciagurati segnalavano un sito cinese (madonna ’sti cinesi!!!) che trasmetteva in chiaro, via internet, le partite del campionato italiano. Una televisione cinese compra da Sky (ma, si sa, anche quelli di Sky hanno un grande sogno) i diritti delle partite. Una cosa legale: anche se i cinesi hanno un sacco di difetti le multinazionali non badano ai dettagli, come clienti i cinesi sono uguali agli altri, non si butta via niente, come coi maiali. Però la loro evoluzione tecnologica spiazza i sognatori di Sky. I cinesi trasmettono le partite anche in rete. Un paio di siti italiani segnalano la possibilità di assistere -gratuitamente, qui sta la colpa- a dette partite, e scatta l’oscuramento del sito. Non perché dare quest’informazione sia un reato. Ma perché potrebbe essere usata per commettere un reato, tipo guardare le partite a sbafo. Sequestro preventivo. Giusto! sarebbe bello applicare il concetto alle fabbriche di armi, così, tanto per prevenire reati anche più gravi. Il bello è che sembra ci sia stata una richiesta ufficiale perché i provider italiani oscurino i siti cinesi. Bene, loro cancellano il Tibet e Taiwan, noi cancelliamo la Cina. Un paio di miliardi di persone fuori gioco. Gli strumenti di condivisione delle informazioni, che dovevano avvicinare i popoli e farli conoscere, non stanno affatto unendo e avvicinando il mondo. Lo stanno cancellando. Un gioco che ricorda il Risiko.
Se ci si pensa bene, il meccanismo è semplice quanto efficace. Pensate ad una grande biblioteca: in fin dei conti è semplicemente una gigantesca banca dati, cioè una enorme raccolta di informazioni e documenti di ogni genere. Internet è la stessa cosa, nel bene come nel male. Ci sono per forza, nel mucchio, informazioni che non fanno piacere ad un qualche genere di potere. Non è piacevole che tutti possano accedere a quelle informazioni. La soluzione più logica sembrerebbe quella di chiudere la biblioteca e non pensarci più. Ma non è così facile quando quella forma di potere trae anche vantaggi, o guadagni che dir si voglia, dalla struttura in questione. Cioè quando all’interno della stessa banca dati opera aumentando il suo potere chi certe informazioni vorrebbe farle sparire. Questo vale per una biblioteca (la paghiamo noi, con le nostre tasse e, in certi casi anche con una tariffa di iscrizione e, in più, la biblioteca garantisce entrate sicure ai colossi dell’editoria), come per la rete (l’accesso non è gratis, lo paghiamo, e inoltre il mondo virtuale è sede ideale di business selvaggio…). Chiudere non se ne parla, la gente paga il biglietto per entrare. Come fare quindi? Semplice. Tanto più la banca dati è grande, quanto più è indispensabile un sistema di orientamento nella ricerca delle informazioni. Allora, invece di bruciare il libro basta bruciare la scheda con la collocazione, o il link al documento (che è la stessa identica cosa). L’informazione c’è, ma trovatevela da soli, perché non c’è più la scheda: a proposito, abbiamo diecimila scaffali e due milioni di libri, uno di questi è quello che cercate.
Un altro metodo di distruzione delle informazioni virtuali, venuto alla ribalta di recente, è quello della censura personalizzata. Questa è possibile solo in rete. Nel campo dell’editoria classica la censura, al limite, poteva cambiare di nazione in nazione, e lo stesso testo appariva completo in un luogo e mutilo in un altro. In rete, invece, va molto di moda la gestione “universale” dell’informazione, ed ognuno ci può mettere del suo anche nella censura. Ha dovuto fare i conti con questo fenomeno wikipedia, l’enciclopedia online compilata con il contributo della “comunità”, cioè dell’umanità intera. Nella versione americana, wikipedia aveva pubblicato anche la biografia di un senatore del Congresso, segnalando che il tizio aveva promesso di abbandonare l’attività politica dopo otto anni dal suo insediamento. Gli otto anni sono passati ed il signore in questione non si è mosso da lì: ha scoperto che la poltrona è comoda, il lavoro non faticoso, lo stipendio buono, e ha deciso di non schiodare le chiappe dal faldistorio o quel che è. Noi italiani ci siamo abituati a queste cose, ma si vede che in America gli elettori ci fanno ancora caso, ed allora l’esimio senatore, non gradendo la diffusione di questa informazione, ha imposto al suo staff di intervenire in wikipedia, cancellare il dato sostituendolo con una esaltante agiografia e, già che c’erano, ha voluto modificare anche i dati che riguardavano gli avversari politici, diffamandoli con affermazioni tutte da dimostrare. Tanto in wikipedia ognuno può dire la sua. Il risultato è clamoroso: i gestori di wikipedia non accetteranno più inserzioni nelle varie voci dell’enciclopedia se provengono dai rappresentanti del Congresso Americano, cioè da coloro che tutti i giorni sono tenuti a difendere il grandioso Primo Emendamento.
Potrebbe bastare, direte voi, e invece il peggio deve arrivare.
C’erano dei ragazzi in un garage…
Avrete notato che nell’immaginario yankee tutte le favole post-moderne cominciano così.
Non con c’era una volta un re, una regina, un principe e una principessa o un pezzo di legno, ma con dei giovanotti genialoidi in un garage. Il quale luogo diventa ideale trampolino di lancio verso un futuro incredibilmente radioso. Quelli di Amazon? All’inizio erano due ragazzi in un garage. Quelli di Google? Vari amici in un garage. Bill Gates? Un giovanotto genialoide, lentigginoso e un po’ sfigato in un garage. Quelli di Intel? Stesso garage. Quelli della Apple? Manco a dirlo. E così quelli della HP. Perché negli USA il garage di papà sia diventato il ritrovo di tutti i giovani geniali e pippaioli della nazione non lo sappiamo. Forse i fumi nefasti dello scappamento dell’auto di paparino (tutt’altro che ecologica visto che gli USA se ne fregano del protocollo di Kyoto) favoriscono, oltre allo sballo, la comparsa di idee geniali. Tutte associate ad un grande sogno dichiarato ad alta voce: quello di un mondo di comunicazione globale e fratellanza tra i popoli, favorita dalla diffusione mondiale delle informazioni e dall’interscambio culturale. Ma forse questo sogno è alimentato dai fumi della benzina. Scomparsi gli effetti dei miasmi il patrimonio genetico e culturale torna a fare il suo dovere e riemerge la reale natura di questi signori, cioè quella di teste di cazzo. Il loro grande sogno si rivela oggi per quel che è: l’ambizione a dominare le comunicazioni mondiali mirando ad arricchirsi illimitatamente, e ad aiutare ad arricchirsi chi fa fare soldi a loro, senza accontentarsi mai. Intel, Microsoft, Apple ed altri hanno messo a punto ed accettato un protocollo che farà sentire i suoi effetti nei prossimi anni. Si chiamava in origine Palladium, dal nome della grande statua della dea Atena. Siccome quando ne furono comunicati i dettagli una notevole parte del mondo dell’informatica si indignò (non i politici), allora i produttori decisero di farlo scomparire. Il nome, non il progetto. Ora si chiama NGSCB , nome impronunciabile, scelto allo scopo di “criptare” l’informazione in modo che non sia compresa dal nemico. E il nemico siamo noi.
I nuovi processori messi a punto dalla Intel sono predisposti a riceverlo, e già in distribuzione da anni è il Centrino, processore per pc portatili, idoneo allo scopo. I prossimi sistemi operativi di Mac e Windows lo metteranno in pratica, o almeno ci proveranno. Che cos’è Palladium? Una titanica forma di censura e biblioclastia virtuale. Molti osservatori hanno affermato che, viste le modalità, si trasformerà in un gigantesco flop commerciale. Noi ci speriamo, ma le modalità, solo il pensiero che si possa concepire e distribuire una cosa del genere, che oltretutto pagheremo noi, ci preoccupa. I miti apocalittici paventati per convincerci a rinunciare a qualche “spicciolo” di libertà sono i soliti. Virus informatici, furti di informazioni, lesioni ai diritti d’autore, terrorismo, illegalità diffusa, la pedofilia (argomento che funziona sempre) ecc. La realtà è che si tratta del più grande tentativo di condizionare la diffusione delle informazioni nella storia dell’umanità. Il prossimo sistema operativo Windows, che si chiamerà Vista o Longhorn (curioso questo continuo cambiare di nomi), annunciato come trionfo della multimedialità e interattività, sarà nient’altro che una televisione ad alta tecnologia, una cosa che si può già fare se ci si tiene proprio, con un pc di discreta potenza e usando programmi di “terze parti” (cioè non Microsoft e, ahi!, in molti casi anche gratuiti). E, come le tv, sarà condizionato e condizionabile da chi trasmette e non da chi riceve. Perché il processore che governa la macchina regolerà quello che possiamo fare e non fare, leggere o non leggere, guardare o non guardare. Qualche esempio? Volete visitare uno di quei siti come eMule, Imesh che fanno scambio di informazioni varie? Siti legali, si badi bene,però possono essere usati per uno scambio illegale, tipo canzoni protette da diritti d’autore. Scordatevi di visitarli, il nuovo Explorer non vi ci porta. Quella mailing list alla quale siete iscritti ha contenuti ideologici discutibili? Non esiste più, cioè esiste ma se non potete più ricevere la loro posta o collegarvi al loro sito è come se non esistesse. Col vostro computerino nuovo, pagato un accidente, volete ascoltare le canzoncine che avevate masterizzato con quello vecchio? Impossibile, scomparse dalla circolazione, inaccessibili e, volendo (perché il sistema può farlo), cancellate. Potrebbero anche essere,si badi bene, copie che avete fatto voi da un vostro disco regolarmente acquistato, così, solo per ascoltarle al pc o col lettore mp3. Non importa, il sistema è diffidente, la legge è ambigua: nel dubbio si cancella. E poiché il sistema è “adattabile” alle varie esigenze (è controllato e regolabile da remoto, cioè da Gates e amiconi del garage), non ci vuole molto a capire quanto presti il fianco ad un uso “politico”. Come google in Cina.
"Ci siamo avvicinati al problema pensando alla musica, ma poi ci siamo accorti che l’e-mail e i documenti sono ambiti molto più interessanti" (B. Gates). Questa dichiarazione, fatta proprio a proposito di Palladium, la dice lunga sul futuro del libero scambio di informazioni. Il sistema consentirà anche di far sparire e-mail non gradite a qualcuno. Cancellandole definitivamente. Questa è biblioclastia vera e propria. Naturalmente scordatevi quelle copie di Office e programmi che avete fregato nel posto di lavoro ed usato fino ad ora. Non funzioneranno più. La benevolenza della Microsoft nei vostri confronti era fittizia: serviva solo a condizionarvi ad usare certi programmi, a farveli ritenere unici ed insostituibili, in modo da legarvi a questi in ogni scelta futura. Ora siete nelle loro mani. Col prossimo pc dovrete cacciare soldi per ogni byte,per ogni pixel che vorrete sfruttare.
Del resto, il concetto non è nuovo. Se ci si pensa, anche il vecchio Indice dei libri proibiti funzionava allo stesso modo. Non si impediva di scrivere certi libri o proporre certe idee: si puniva (nel caso dell’Indice col fuoco eterno previsto dalla scomunica) chi li leggeva (i lettori ed oggi gli utenti della rete) e chi li stampava e diffondeva (tipografi, editori, ed oggi i siti internet).
Non voglio tediarvi ulteriormente: su questi siti trovate le informazioni su Palladium:
http://www.apogeonline.com/webzine/2002/07/02/01/200207020102
http://www.apogeonline.com/webzine/2002/10/01/01/200210010102
http://www.complessita.it/tcpa/
http://www.softwarelibero.it/GNU/nemici/palladium.shtml
http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=4161&numero=999
http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=3887



